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  • Maurizio

Piemonte e Borgogna: la purezza del monovitigno.

Updated: Apr 20, 2018




Piemonte e Borgogna: la purezze del monovitigno

Ad un anno esatto dalla notizia del riconoscimento Unesco delle grandi vigne del Piemonte quale Patrimonio dell’Umanità (giugno 2014)  giunge la notizia che anche le vigne della Borgogna hanno ottenuto lo stesso riconoscimento. Vien da pensare che il Piemonte abbia aperto una strada che sarà giustamente imitata da altre zone vitivinicole in tutto il mondo ma in particolare il fatto che Piemonte e Borgogna rimarranno nella storia come i capofila di questa svolta epocale induce una riflessione.

Il mio grande maestro, Arturo Bersano, ripeteva sovente (e parlo degli anni ’60 del secolo scorso) che “il Piemonte è la Borgogna d’Italia”. E’ una frase che ho fatto mia e che, nel tempo, ho ripetuto più volte per far capire la peculiarità di una regione che crede nell’unicità del proprio territorio. Bisognerebbe però entrare nel dettaglio e spiegare meglio il senso di quella affermazione.

Questa convinzione si fece in me ancora più forte una sera del 1979 quando feci una degustazione destinata a cambiate il modo di pensare. Una sera, il conte di Cordero di Montezemolo invitò a casa sua a La Morra due giovani enologi, Renato Ratti e il sottoscritto. Con nostra sorpresa ci fece trovare, già stappate e con etichette opportunamente coperte, due bottiglie di vini rossi. Li assaggiammo a decretammo l’assoluta parità di livello qualitativo. Appena scoperte le etichette risultò che la prima bottiglia era un costosissimo Romanèe Conti comprata quella mattina stessa all’enoteca Paissa di Torino. Il secondo era il suo pregevole Barolo Enrico VI di Castiglione Falletto. Onore al merito.

Bersano e Cordero di Montezemolo pensavano certamente a come colmare la differenza abissale che separava i blasonati vini francesi dai più umili vini italiani. Essi avevano già intuito la similitudine fra queste regioni a partire dalla geografia capricciosa che frammenta zone già relativamente piccole in una miriade di cru e sottozone che solo coloro che da generazioni vivono su quella terra possono conoscere a fondo e interpretare in tutte le sfumature. Solo chi ha calcato quelle terre fin da bambino e ha visto passare tante diverse stagioni e tante vendemmie conosce ogni zolla e chiama le vigne per nome. Su questo siamo tutti d’accordo. Ma forse c’è anche qualcosa di più.

Recentemente il giornalista americano Will Lyons ha pubblicato su “The Wall Street Journal” un articolo dal titolo emblematico “Why Piedmont is the new Burgundy” (Perché il Piemonte è la nuova Borgogna) con un sottotitolo altrettanto esplicito “The vineyards of Piedmont in northwestern Italy are home to some of the country’s most individual and charismatic wines” (le vigne del Piemonte nel nord ovest d’Italia danno origine ad alcuni dei vini italiani con più personalità e carisma). Nel suo pregevole articolo, Willy Lyons ci aiuta a chiarire un primo punto:”If the ability to age gracefully draws a comparison with Bordeaux, the landscape, style of wine and culture of the growers owes more to Burgundy” (se l’attitudine a migliorare con l’invecchiamento suggerisce un paragone con il Bordeaux, il paesaggio, lo stile del vino e la cultura dei produttori deve più alla Borgogna). Pur non essendo d’accordo che il Piemonte debba qualcosa alla Borgogna (le due regioni hanno storia e sviluppo separato, senza essersi influenzate a vicenda) tutti i vignaioli e gli enologi piemontesi che fanno visita a Bordeaux e Borgogna ritornano a casa e confermano l’evidente affinità fra il nostro territorio e quest’ultima regione di Francia. Vien da chiedersi perché. L’aspetto più evidente sta nel paesaggio. La regione di Bordeaux, essendo l’estuario di un fiume affacciato all’oceano è per massima parte pianeggiante e si increspa appena nella zone di St. Emilion. Quelle immense vigne, pur così meticolosamente coltivate, incutono rispetto ma raramente esaltano la vista di produttori abituati a vivere in collina e a sopportare i saliscendi dei nostri bricchi. Neanche le vigne di Borgogna conoscono pendenze paragonabili a quelle di certe parti del Piemonte, tuttavia la geometria dei vigneti segue l’andamento della valle invece che del fiume, ed assume una conformazione a noi più famigliare. Il secondo aspetto sta nella dimensione e struttura delle aziende. Nei secoli si sono succedute a Bordeaux famiglie nobiliari e poi grandi investitori, prima francesi e poi internazionali, che hanno accorpato aziende di vaste dimensioni con ambiziose cantine e imponenti strutture di commercializzazione. In Borgogna ritroviamo più sovente quella struttura famigliare di medie e piccole aziende dove il produttore o uno dei suoi figli vengono ad aprirti la porta. E questa considerazione conduce ad una terza similitudine, che riguarda la gente. Non esperti di marketing ma i produttori stessi sono ancora protagonisti dei vini di Borgogna, proprio come accade qui da noi. La loro caparbietà e il loro orgoglio (che talora può apparire quasi come arroganza) hanno permesso nei secoli di dissodare quelle terre ardue, di riconoscere e valorizzare le zone di pregio, di proseguire il lavoro di generazione in generazione. Tutte queste assonanze non sarebbero sufficienti se non si arrivasse all’ultima, e forse la più importante: la scelta del monovitigno. Ciascuna delle due zone ha trovato un vitigno – uno soltanto – è diventato il principe del suo territorio. Un vitigno unico che si è accasato in maniera irripetibile e che, su quel terreno, produce vini riconoscibili e per molti versi inimitabili. Possono piacere di più o di meno, ma nessuno può negare la loro forte personalità. Mi riferisco naturalmente al Pinot Noir e al Nebbiolo, due vitigni con una parentela genetica e tante affinità organolettiche. Entrambi sfidano l’occhio con un colore lievemente sottotono, quel bel rubino aranciato che nel tempo sa sviluppare sfumature sconosciute ai monocromatici vitigni internazionali. I profumi straordinari e in continua evoluzioni, per i quali il vocabolario stenta a fornire aggettivi sufficienti e il gusto sobrio e schietto, con un inizio solitamente austero ed un lunghissimo percorso di affinamento che ci accompagna nel tempo e non smette mai di sorprenderci per la sua complessità. Infine la maturità del vino è il premio per la nostra pazienza.

Negli anni abbiamo visto vari tentativi di addomesticare questi vitigni facendoli entrare in qualche cuvée migliorativa, ma entrambi, Piemonte e Borgogna non hanno ceduto. Il loro grandi vini rimangono monovitigni in purezza, perché solo questa formula può garantire la personalità assoluta di questi vini, senza compromessi. E dunque io brindo a Borgogna e Piemonte con i loro vini inimitabili.

Gigi Rosso


29 agosto 2015


Piedmont and Burgundy: the Purity of a Single-Varietal


One year after Unesco listed the great vineyards of Piedmont as the first world-heritage site for wine in June 2014, the vineyards of Burgundy have obtained the same recognition. This makes us think that Piedmont has opened a new path that could be emulated by other wine areas all over the world. Moreover, the fact that Piedmont and Burgundy go down in history as leaders of this amazing turning point inspires some thought.

My great master, Arturo Bersano, used to say, back in the 1960’s, “Piedmont is the Italian Burgundy”. It is a sentence that I have repeated many times in my life in order to explain the features of a region  that believes in its unique territory.  However, we should look further into more details to better explain the profound meaning of that statement.

In 1979, this belief grew stronger in me when I participated in a tasting that would change my way of thinking. One evening, Count Cordero di Montezemolo invited two young enologists to his house in La Morra: Renato Ratti and myself. Much to our surprise, he had already opened two bottles of red wine and covered their labels. We tasted them and decided that they were equally good, excellent in fact. As soon as the Count showed us the labels, we saw that the first bottle was a super-pricey Romanée Conti – bought that morning at the Paissa Enoteca in Turin. The second, was the Count’s Barolo Enrico VI from Castiglione Falletto. Give credit where credit is due.

Bersano and Cordero di Montezemolo were thinking about how to bridge the gap between prestigious French wines and the more humble Italian ones. They had already understood the similarity between these regions, in particular, the capricious geography that fragments a small area into even smaller sub-zones and crus.  Only winemakers who have lived there for generations can understand and interpret these subtleties; those people who have walked these hillsides since childhood and have witnessed many different seasons and vintages know each and every clod of land in the vineyards, which they call by name. We all agree on this point, yet perhaps we should say something more.

Recently, the American journalist Will Lyons published an article in “The Wall Street Journal” with an emblematic title: “Why Piedmont is the new Burgundy”, with this subtitle: “The vineyards of Piedmont in northwestern Italy are home to some of the country’s most individual and charismatic wines”.

In his article, Lyons helps us clarify our oberservation with this insight: “If the ability to age gracefully draws a comparison with Bordeaux, the landscape, style of wine and culture of the growers owes more to Burgundy”.

Although I don’t agree that Piedmont owes something to Burgundy (the two regions have a different history and development), every Piedmontese winemaker who visits Bordeaux and Burgundy, comes back home and confirms the evident similarity between our territory and that of Burgundy, rather than Bordeaux. We should ask ourselves why.

The most apparent aspect to consider is the landscape. The region of Bordeaux is an estuary of a river  that flows into the ocean, and therefore, is mostly flat with low hills around St. Emilion. Those  enormous vineyards, although carefully cultivated, induce respect, but rarely remind our winemakers of the steep hills they climb at home. Not even Burgundy vineyards can compete with the steepness of those found in Piedmont, although the geometry of the vineyards follows the shape of the valley instead of the river, and it develops into a shape more familiar to us. The second aspect regards both the structure and the dimension of the wineries. Over the centuries, aristocratic families in Bordeaux  have been replaced by big investors, first from France and then international ones, who have created large companies with ambitious wineries that rely on powerful marketing and sales structures. In Burgundy we usually find small and medium-sized family-run wineries, where the producer or one of his children welcomes you at the door. This observation leads us to acknowledge a third similarity regarding the people. The protagonists of Burgundy are not marketing experts, but rather the producers themselves just like here at home. Their tenacity and pride (that may be mistaken for arrogance) allowed them over the centuries, to cultivate those difficult lands and identify the best sites which have since been passed on from generation to generation. All of these similarities, would not be enough to explain our point if we did not take into consideration one last aspect, and perhaps the most important one:  the choice of the single grape varietal. Each of these zones has chosen one single grape varietal that has become the prince of its terroir. A unique grape that found its home there which produces distinct wines that are very hard to imitate. They be more or less loved, but nobody can deny their strong character. I am obviously referring to Pinot Noir and Nebbiolo, two varietals with a genetic kinship and many organoleptic affinities. Both challenge the eye with a slightly pale color and those beautiful ruby-red and orangey shades that slowly develop nuances unknown to many monochromatic international wines. The perfumes are amazing and continue to evolve forever; it seems that the dictionary does not have enough adjectives to describe them. The taste is pure and frank, with an austere beginning and a very long aging process that accompanies us over time and never stops to surprise us with its complexity. Its maturity is the prize for our patience.

Over the years, we have seen some producers attempt to tame these wines with various kinds of blends, but both Piedmont and Burgundy did not give up their traditional purity. These great wines still remain single varietals, because only this formula can assure their absolute character without compromise. So, let’s make a toast to Burgundy and Piedmont, with their inimitable wines.

Gigi Rosso

Blog by Maurizio Rosso.